Stefania Formicola, dolce e al contempo caparbia. Una ragazza come tante, con tanti sogni nel cassetto, distrutti da un colpo di pistola, dritto al cuore. Responsabile dell’omicidio, il marito Carmine D’Aponte, da cui si stava separando, dopo reiterate violenze domestiche. Era il 19 ottobre 2016, D’Aponte aveva avvicinato la vittima, con la scusa di un ultimo chiarimento. Era una trappola. Un destino crudele che Stefania aveva previsto.  Poco prima della tragedia, nel 2013, aveva scritto un testamento: “Alla mia morte, qualunque ne sia la causa, mio figlio deve essere affidato a mia madre e mio padre e in caso di loro morte a mia sorella Fabiana”. Poco dopo, è nato il secondogenito. Entrambi i figli, all’epoca Mario aveva 7 anni e Luigi soli 9 mesi, sono stati affidati ai nonni materni, Luigi Formicola e Adriana Esposito. “Siamo i nonni affidatari – spiega la nonna materna – e anche i tutori. Sono sempre stati con noi.  Portano il cognome della madre, Formicola e nessuno può venire a toglierceli, sono i nostri nipoti”.

 

Come è maturata la decisione del cambio di cognome?

Non avrebbe avuto senso lasciare il cognome di un padre che non solo non è mai stato present, ma che ha fatto loro solo del male. Carmine era molto orgoglioso del suo cognome e che il primogenito portasse il nome del padre. Eppure, la famiglia paterna non si è mai interessata ai bambini, non ha mai chiesto notizie. Il piccolo aveva 19 mesi quando la mamma e morta, prendeva ancora il latte della mamma. Non sanno nemmeno cosa vuol dire far prendere il biberon al bambino, cambiare un  pannolino, noi ci siamo dovuti sostituire completamente alla madre per anni. Non si sono mai interessati dei nipoti, nemmeno con una telefonata, fino ad ottenere l’allontanamento, con una misura restrittiva che non consente loro di avvicinarsi alla nostra famiglia. Il fratello maggiore di Carmine D’Aponte ha testimoniato contro di noi, la giustizia, però, è stata clemente: non sono stati creduti dal giudice e sono stati condannati con pena sospesa per calunnia. Mario, il primogenito, quando sentiva quel cognome si straniva. Dal giorno in cui ha preso il cognome della madre è stato felice, abbiamo organizzato una grande festa”.

Come si comportava D’Aponte con i suoi figli?

Una volta è tornato a casa con un sacchetto di caramelle per suo figlio, Mario. Il bambino, entusiasta, ha aperto il sacchetto, ma all’interno non c’era nulla. È rimasto malissimo. Ho chiesto spiegazioni a D’ Aponte, rispose che nel tragitto verso casa le aveva mangiate tutte, non era riuscito a resistere. Non capisco il perché dare comunque al figlio il sacchetto vuoto. Era un padre assente e quando c’era non era di buon esempio. Il primogenito è sempre stato ben educato e studioso, a lui non andava bene, desiderava crescesse come un delinquente”.

 Durante il fidanzamento con sua figlia aveva mostrato qualche segno che faceva, in qualche modo, presagire la tragedia?

Mia figlia era studiosa, autonoma, mi ha dato tante soddisfazioni. Era anche molto testarda, detestava le ingiustizie. Combatteva per i suoi ideali e portava avanti i valori che le abbiamo sempre insegnato. Ha scelto di fare il servizio civile alla Caritas, per aiutare i più bisognosi. Quando tornava a casa portava con sé i problemi delle persone in difficoltà. Poi, ha conosciuto il marito e la sua vita è cambiata in peggio. Lui non condivideva gli stessi ideali di mia figlia, non le permetteva di frequentare le amicizie maturate durante il percorso scolastico e lavorativo. Le ha tagliato tutti i ponti con la realtà, con la vita. Anche ai tempi del fidanzamento non lo vedevo di buon occhio. Non era normale che doveva imporre dei divieti a Stefania, come ad esempio un semplice caffè con le amiche.  Lui doveva essere sempre presente, anche quando parlava con un’amica doveva mettere il vivavoce. Aveva paura che qualcuno potesse farle aprire la mente. Ha sempre predominato e questa cosa non l’ho mai accettata”.

 

Mi racconti cosa è successo dopo quel maledetto 19 ottobre 2016, come vi sono state accanto le istituzioni?

Non abbiamo avuto bisogno di aiuto a livello psicologico, in quanto i bambini erano molto piccoli. Solo inizialmente, il più grande è stato seguito. Gli avevo raccontato la morte della madre sottoforma di una favola. Stefania lavorava in un centro per anziani e gli ho detto che Gesù aveva bisogno del suo aiuto per accudire gli angeli più anziani. In un primo momento accettò la cosa, poi inizio a chiedere insistentemente perché non tornava. Lo psicologo gli raccontò tutto, ma disse che in fondo già lo sapeva, cercava solo conferme. Successivamente l’ho portato sulla tomba della madre, così le ha potuto portare un fiore. Sono passati già cinque anni dalla tragedia, non abbiamo avuto le istituzioni accanto. Le cose, però, stanno cambiando, sono fiduciosa. Però si tratta sempre di piccoli passi e per i nostri bambini chiediamo di più. Vogliamo stabilità, continuità. Il sussidio economico per i primi quattro anni non lo abbiamo ricevuto. Poi, con l’approvazione della legge 4/2013, abbiamo avuto un piccolo aiuto. Percepisco 600 euro al mese per i due bambini, non è nulla, per crescerli non bastano. Li chiamo, però, una piccola boccata di ossigeno. Mio marito era impiegato, ora è in pensione e dobbiamo andare sul filo per arrivare a fine mese. Per fortuna esistono le associazioni, come Edela”.

Cosa rappresenta per voi Edela?

É l’unica associazione che, da quando è successa la tragedia, ci è sempre stata vicina, con la presenza concreta della presidente Roberta Beolchi. Quando ho un problema, basta una chiamata e insieme a Roberta, cerchiamo di risolverlo. Dedica la sua vita agli orfani di femminicidio e famiglie affidatarie. La chiamo il nostro angelo custode, è per noi un importante punto di riferimento. I progetti messi in campo dalle associazioni ci stanno dando una grande mano. Siamo un passo avanti rispetto a cinque anni fa. Devo, però, fare un appunto. Agli orfani di femminicidio serve continuità, i progetti hanno una durata limitata. Lo Stato deve essere presente. Lo Stato deve prendere in affido questi orfani, dando loro un futuro sicuro e non come adesso incerto. Sono ragazzi soli, oggi hanno nonni, zii. Domani che non ci saremo più, dove andranno a finire?. Bisogna porre in essere interventi continuativi. Oggi Mario ha 10 anni, Luigi 7 anni. Sono bambini tranquilli, vivono la loro quotidianità tra alti e bassi, così come i loro coetanei. Ci saremo sempre per loro e non gli faremo mancare mai nulla. Speriamo in future misure che possano tutelare maggiormente gli orfani di femminicidio e famiglie affidatarie”.

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